La Stirpe Del Fuoco Rosso

I rossi sputafuoco aleggiavano indisturbati sulle pianure, a nord, dove le montagne si tuffano nel nero mare. La loro potenza e ferocia erano tali da rendere le genti succubi del terrore e dell’angoscia. I mercanti compivano lunghi viaggi fra remote città, alla ricerca di fortuna, ignari del momento in cui il loro cammino sarebbe cessato. I contadini coltivavano la terra e pascolavano il bestiame senza sapere quanto pane e latte sarebbero finiti sulla tavola. Tutto era avvolto dal grigio manto del dubbio, perché quando la grande ombra appariva oscurando il sole, quando il ruggito sferzava l’aria riecheggiando nelle ampie vallate, nessuno era certo di poterlo raccontare la sera a casa o in locanda. Ogni viaggio era una scommessa, ogni giornata un dono prezioso.

A quel tempo nessun signore, nessuno stregone aveva avuto tanto ardimento da mettere in piedi un’armata in grado di tenere a bada i demoni volanti, i quali si libravano indisturbati, bruciando villaggi, distruggendo raccolti, seminando terrore e sconforto. Il mondo degli umani era in ginocchio, vittima dei possenti draghi. Le terre a nord erano sorvolate dai più feroci fra essi: i rossi mangiacarne. Maestosi draghi in grado di bruciare un grande villaggio in mezzo passo di sole e di azzannare una mucca planando a filo d’erba sul pascolo.

Solo una tribù provò ad opporvi resistenza: armati di lunghe lance, archi e frecce, questi coraggiosi guerrieri spesero decine di vite per contrastare l’egemonia dei draghi rossi. Col tempo la loro strategia divenne sempre più raffinata ed ingegnosa, poiché sapevano che vano sarebbe stato ogni tentativo di contrastare i demoni con la sola forza. Una stagione dopo l’altra costruirono alti muri di pietra, spessi e robusti, in grado di offrire riparo dalle valanghe di fuoco che fuoriuscivano dalla bocca di ogni drago. Nel giro di una manciata di primavere la tribù si spinse fino al confine nord-ovest, dove il grande mare assicurava un costante approvvigionamento d’acqua, utile a spegnere gli incendi prima che dei villaggi non rimanesse altro che cenere. Pian piano legna e fieno vennero quasi interamente sostituiti dalla dura roccia e flotte di costruttori arrivavano per dare manforte a questa tribù di fieri combattenti. I villaggi divennero cittadelle fortificate e le spesse mura offrirono una minima speranza di sopravvivenza allorquando un demone sputafuoco decideva di attaccare. Le tecniche di costruzione divennero sempre più ingegnose e le fortezze crebbero accogliendo gente d’ogni dove: costruttori, guerrieri e… stregoni.

I costruttori contribuirono in maniera determinante a realizzare dei complessi condotti in grado di convogliare l’acqua del mare fino alle fondamenta delle cittadelle, ove poi veniva raccolta grazie a profondi pozzi.

Una di queste cittadelle sorse su un promontorio affacciato sopra il grande mare, vicino al confine nord con le terre oscure. I costruttori di questa città dedicarono particolare zelo alla realizzazione dei condotti per l’acqua, ideando il sistema idrico più complesso mai visto, che si districava nella roccia del promontorio alimentando i grandi pozzi che salivano fino alla sommità, dove gigantesche mura di pietra si fondevano con la montagna dominando su leghe e leghe di mare aperto. La parte superiore della cittadella era sede di alcune grandi cisterne ricolme dell’acqua salmastra convogliata dalle fondamenta e le mura erano intagliate in modo da creare lunghi canali che correvano su tutti i fianchi. Quando un drago attaccava sputando fiamme sulla cittadella, un esercito di uomini si prodigava per aprire i condotti delle cisterne, l’acqua si riversava nella ragnatela di canali scolpita su mura e tetti, cadendo giù come piccole cascate sui focolai, che si spegnevano ancor prima di generare danni irreparabili. A contrastare ulteriormente l’attacco draconico, intervenivano portentosi arcieri che vi scagliavano contro centinaia di frecce, mentre grosse balestre meccaniche fiondavano possenti lance contro il bersaglio, nel tentativo di scalfirne la dura corazza. Quando una lancia si faceva strada nello scudo di scaglie e perforava le carni del drago, questo volava via, ruggendo furente nel tentativo di rimuovere la lancia con le fauci e tutta la cittadella poteva esultare di gioia per lo scampato pericolo.

 

 

La fama della città crebbe a tal punto che gli altri popoli migrarono verso il promontorio stanziandosi sempre più vicini ad essa, beneficiando di protezione e sperando in un futuro più sicuro per i propri figli.

 

Fra i guerrieri della cittadella vi era un giovane, figlio di costruttori, la cui indole da paladino divenne un simbolo di libertà e ribellione contro la ferocia draconica. Formidabile arciere ed implacabile spadaccino, quando il suo urlo inneggiava alla lotta, la paura e lo sconforto del popolo di tutta la regione cedevano il passo alla speranza e alla caparbia, così che anche il più maestoso e violento dei rossi draghi sembrava un nemico alla portata degli uomini. La sua voglia di ridare speranza ai popoli del nord lo spinse persino a mettersi in viaggio in lungo e in largo fra le vallate e le radici dei monti per raccogliere un gran numero di seguaci, forgiando il cuore di centinaia di nuovi guerrieri, i quali si unirono alla sua causa e lo seguirono in quello che divenne il primo esercito di difesa contro i draghi mangiacarne.

Il suo nome divenne leggenda, tanto che le sue imprese vengono cantate ancora oggi nelle ballate di ogni angolo delle Grandi Terre. Il suo nome era Romede.

Si narra che durante uno dei suoi lunghi viaggi Romede si imbatté in un forestiero, cieco e vagabondo, proveniente da un luogo ignoto chiamato Salar. Nonostante la sua cecità, il forestiero era in grado di difendersi da banditi e malfattori, maneggiando una lama d’inaudita bellezza, che sembrava essere stata forgiata per volontà divina.

Durante quell’incontro vi fu un attacco da parte di un drago, ma il forestiero non parve per nulla spaventato dalla creatura. Sfoderò la propria lama e si affiancò all’esercito di Romede nella battaglia, come se la sua cecità non fosse altro che una finzione, e nel pieno della guerriglia mostrò una destrezza ed un’agilità fuori dal comune. Proprio quando lo scontro vedeva in netta difficoltà gli uomini di Romede, il forestiero riuscì a colpire il ventre della bestia sferrando un fendente rapido e preciso. Grande fu lo sgomento di Romede nell’apprendere come la lama si fece strada fra le scaglie rosse del drago fino a squarciarne la carne, scatenando una sinistra sinfonia di ruggiti di dolore, cosí la bestia volò via perdendosi nella foschia.

Lo straniero si avvicinò allora a Romede e, senza fiatare, guardò il paladino negli occhi, assumendo un insensato sorriso sulle labbra e suscitando in Romede la sensazione che egli potesse realmente vederlo. Il forestiero prese infine la sua strabiliante arma, la ripose fra le mani del paladino e gli richiuse i pugni su di essa, come se volesse fargliene dono. I due si fissarono negli occhi per pochi interminabili istanti finché Romede, impietrito per lo sgomento, vide il forestiero dissolversi come un cumulo di sabbia spazzato via dal vento e improvvisamente del cieco guerriero non vi fu più traccia.

Poco tempo dopo Romede ed i suoi uomini fecero ritorno a casa, fra le mura della grande città. I costruttori avevano ormai completato tutte le opere necessarie a rendere la fortezza il luogo più sicuro delle Grandi Terre e tutti i popoli insediatisi nella regione riconoscevano in Romede l’unico signore in grado di guidare il grande esercito sorto nella fortezza per proteggere il territorio.

 

Si narra che una notte, poco prima dell’alba, un maestoso ruggito riecheggiò nella fortezza e nelle terre intorno alle mura. Le vedette di guardia levarono un grido di allarme e in pochi attimi tutta la fortezza divenne un formicaio di soldati in preda alla frenesia. Tutti si fiondarono ai propri posti mentre le cisterne ricolme d’acqua erano pronte per essere svuotate. In un attimo Romede fu in mezzo ai propri uomini, pronto alla battaglia.

Occhi rossi come crateri di un vulcano si avvicinavano squarciando il manto nero della notte e in pochi battiti d’ali la furia si abbatté sulla grande città, mentre Romede levava l’urlo di battaglia che accese lo spirito dei suoi uomini in un baleno.

Le fiamme non tardarono ad arrivare, ma l’efficiente sistema idrico di difesa fece il suo dovere, così ciascun versante della cittadella riuscì a reggere l’urto infuocato che da parte a parte si abbatteva ad ogni passaggio del drago. Intanto Romede si avviò verso il torrione posto sulla sommità della fortezza, punto dal quale poteva godere di una migliore visibilità per tentare di sferrare un attacco diretto al gigante del cielo. E fu allora che la vide. Nascosto fra le scaglie bordate di fuoco, un lampo spezzava il disegno perfetto della corazza del drago, uno squarcio infuocato in mezzo ai petali d’acciaio che ricoprivano la carne dell’animale alato, una ferita lunga due passi d’uomo, un taglio che Romede conosceva bene e che ritrovava sovente nei propri sogni, perché quella ferita era stata inflitta per mano del guerriero più incredibile che egli avesse mai conosciuto, svanito poi come nebbia all’alba, lasciando dietro di se’ soltanto una spada portentosa, la stessa che Romede impugnava quella notte. Nei suoi pensieri egli rivide i volti degli uomini caduti per mano di quel mostro e la presa sulla propria arma si fece più fitta. Il suo sguardo si concentrò sull’obiettivo, che ora puntava dritto verso di lui, planando veloce come una freccia, mentre le fauci iniziavano a spalancarsi pronte ad azzannare il giovane paladino che, solo, sulla vetta della fortezza, attendeva il nemico e la gloria… o la morte.

In un attimo la bestia fu su di lui, le zanne si richiusero ma afferrarono solo l’aria frizzante dell’alba. Romede saltò allora agilmente sul muretto di fianco, dandosi una spinta poderosa che lo fece volare ad un passo dalla testa del drago e lì scagliò un fendente di inaudita velocità e precisione, che si abbatté come un lampo di fuoco su una delle lunghe corna demoniache, spezzandola e facendola precipitare giù vorticosamente, fino a conficcarsi sul tetto della torre.

Il ruggito di dolore della belva raggelò il sangue di tutti i soldati e riecheggiò fin nelle vallate a diverse miglia dalla cittadella, mentre l’animale ferito e impaurito fuggì verso il mare che brillava dei primi raggi del mattino.

I

 

 soldati esultarono, seguiti in coro da tutti gli abitanti della fortezza e dalla gente comune, che piano piano usciva fuori dai rifugi in cui aveva pregato che tutto potesse finire presto. In pochi istanti tutta la città gridava la propria gioia per il pericolo scampato, mentre le guardie della fortezza rivolgevano le proprie armi e lo sguardo verso la sommità della torre dove, tra le luci rosate dell’aurora, un valoroso uomo, paladino delle genti, apparve. Romede impugnava con una mano la propria spada e con l’altra alzava al cielo degli dei il corno della bestia, mentre il popolo in festa ringraziava e benediva il protettore della città.

I fatti di quella notte diedero lavoro a numerosi cantastorie.

Non vi era locanda in cui non si narrasse o cantasse di Romede, il signore del fuoco rosso, colui che strappò il corno di un drago e lo volse in alto verso gli dei.

Il tempo che seguì vide Romede dare alla luce i propri eredi, definiti anch’essi protettori del fuoco rosso, che per volontà del popolo guidarono la città sul promontorio, ormai denominata Altocorno, che nei secoli a venire divenne baluardo contro la tirannia dei draghi e simbolo di libertà per tutti gli Uomini.

Lunga vita al signore del fuoco rosso!