Intro Di Favello

In tanti mi chiedon di cantare ballate de’ gesta e de’ battaglie, de’ l’uomini e de’ malanni

che distrusser le città per voler d’alati tiranni.

Esseri potenti e poco noti alle genti, che per viver e andare avanti sanno poco delle storie che furon vita di tanti.

Ma cosa può un pover favellante cantastorie se non narrare delle vicende e delle gesta dell’uomin delle passate glorie?

E di come questi e li alati sputafoco abbian raso al suolo città e foreste ma seminato poco,

abbian prosciugato fiumi e abbattuto mura per lo dominio della razza e della sventura,

de lo popolo a tanti ignoto perché al nero sputafoco era devoto.

Perché sapete me’ cari ascoltator e pochi saggi lettori, che la canzon ch’ascoltate

mentre la sera bevete e v’ingozzate, vive le stesse risa, amor’e tormenti di colui che la storia l’ha fatta e vissuta parimenti.

Ma care genti c’ascoltate al foco del camino, non fraintendete!

Io sono artista errante non saggio scribacchino,

quel che segue la rima di messer Favello non è già scritto di sua mano;

è storia, memoria che giunge da lontano.

Io l’ho raccolta unita e conservata,

affinchè la voce del passato non resti celata.

Ma non credete, mi son fatto aiutare, da li conoscitor più noti e saggi

che di li maggior storie conoscon origine e viaggi.

Così son giunti qui, pezzi di verità e sapere,

per l’orecchi di chi son curiosi e ciò che fù von’ vedere.

E’ con sommo piacere ed emozione

che di li Tempi Antichi vi riporto narrazione,

con l’augurio che ciò vi rechi gioia e ammirazione.

Vostro umile servitore,

Favello il cantastorie.